I CineVerdetti della Biennale
Le pellicole di Venezia sotto la lente di CineVerdetti
AFTER THE HUNT


Data di Uscita (Italia): 16 ottobre 2025
Anno: 2025
Nazione: USA, Italia
Genere: Thriller, Drammatico
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 139 min
Regia: Luca Guadagnino
Sceneggiatura: Nora Garrett
Musiche: Trent Reznor, Atticus Ross
Attori: Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield, Michael Stuhlbarg, Chloë Sevigny, Thaddea Graham, Lio Mehiel, Will Price (II), Christine Dye, Nora Garrett, Burgess Byrd
IL CINEVERDETTO
"La gente non mente mai tanto quanto dopo una caccia, durante una guerra o prima di un'elezione". Si apre con questa citazione di Otto von Bismarck l’ultimo lavoro di Luca Guadagnino, e mai incipit fu più programmatico. Dopo averci trascinato sui campi da tennis di Challengers e nelle ossessioni di Queer, il regista nostrano torna con un’opera che è, nelle sue stesse parole, un "thriller psicologico contorto". Presentato in anteprima mondiale a Venezia 82 e scelto come film d'apertura al New York Film Festival, After the Hunt arriva finalmente in sala portandosi dietro un’aura di prestigio e polemica.
Siamo tra i corridoi gotici e le aule in mogano di Yale (o almeno così crediamo: il miracolo scenografico di Stefano Baisi ha ricreato l'intero campus negli studi di Londra, con una precisione maniacale che va dalle piastrelle di un bar locale fino agli alberi piantati sul set). Al centro di tutto c'è Alma Imhoff (una Julia Roberts mai così gelida), professoressa di filosofia all'apice della carriera, che vede la sua torre d'avorio tremare quando la sua studentessa prediletta, Maggie (la star di The Bear Ayo Edebiri), accusa il carismatico collega Hank (Andrew Garfield) di molestie. Ma non aspettatevi un semplice dramma processuale. La sceneggiatura dell'esordiente Nora Garrett usa l'accusa come un catalizzatore per esplorare "le zone grigie", costringendo Alma a proteggere un segreto del suo passato che rischia di essere dissepolto.
Julia Roberts abbandona ogni calore per interpretare una donna definita "chiusa e spigolosa". I costumi di Giulia Piersanti, ispirati a Diane Keaton ma con un taglio androgino e accademico, ne sottolineano l'armatura psicologica. È una Roberts che lavora di sottrazione, intellettuale e manipolatrice, lontanissima dai ruoli che l'hanno resa l'innamorata d'America. Andrew Garfield è la vera sorpresa nel ruolo di Hank, un uomo che porta addosso un'ambiguità pericolosa (simboleggiata persino dal tatuaggio di un uroboro, il serpente che si morde la coda). La sua performance cammina sul filo del rasoio: colpevole o vittima di un fraintendimento? Il film non ci mostra mai la scena incriminata, lasciando a noi – e alla partitura ansiogena di Trent Reznor e Atticus Ross – il compito di dubitare. Ayo Edebiri tiene testa ai due giganti con un personaggio complesso: una ragazza adottata in una famiglia ricca e bianca, che cerca disperatamente di assimilarsi allo stile di Alma pur sentendosi un'eterna estranea.
Visivamente, il film è un gioiello. Guadagnino è riuscito in un'impresa che Hollywood tentava da 25 anni: riportare sul set il direttore della fotografia Malik Hassan Sayeed (già occhio di Spike Lee e Kubrick), che ha avvolto il film in una luce "dorata" ispirata al cinema degli anni '70. Ogni inquadratura, dall'appartamento "Classic Seven" di Alma al ristorante indiano Tandoor ricostruito bullone per bullone, trasuda un realismo che rende ancora più inquietante il dramma borghese che vi si consuma.
Nonostante la confezione impeccabile, After the Hunt soffre di una certa verbosità; il film a volte si perde in discussioni filosofiche che smorzano la tensione. La volontà di non dare risposte è lodevole, ma il finale tronco lascia un senso di irrisolto che può frustrare chi cerca una catarsi classica. Guadagnino firma un film che è "un invito alla discussione pubblica". Non è il capolavoro viscerale di Suspiria né il divertissement erotico di Challengers, ma un'opera cerebrale e raffinata. Andateci per vedere Julia Roberts fare a pezzi la sua immagine pubblica, restate per la luce incredibile di Sayeed, ma preparatevi a uscire dalla sala con più domande che risposte.
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NO OTHER CHOICE
Data di Uscita (Italia): 1 gennaio 2026
Anno: 2025
Nazione: Corea del sud
Genere: Commedia nera, Drammatico
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 139 min
Regia: Park Chan-wook
Sceneggiatura: Park Chan-wook, Lee Kyoung-mi, Jahye Lee, Don McKellar
Attori: Byung-Hun Lee, Ye-Jin Son, Hee-soon Park, Sung-min Lee, Yeom Hye-ran, Seung-won Cha


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IL CINEVERDETTO
L'ultima fatica di Park Chan-wook, No Other Choice - Non c'è altra scelta, che arriverà nelle sale italiane il 1 gennaio 2026 distribuito da Lucky Red, si presenta come un'opera che colpisce lo spettatore senza aver bisogno di alzare la voce. Tratto dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake, il film ci trascina in una spirale di disperazione e umorismo nero, confermando la maestria del regista sudcoreano nel maneggiare materie narrative incandescenti con una freddezza chirurgica.
Al centro della vicenda troviamo Man-su (interpretato da un poliedrico Lee Byung-hun), uno specialista nella produzione della carta con venticinque anni di esperienza, convinto di aver raggiunto la stabilità perfetta: una moglie amorevole, due figli e una casa di proprietà che simboleggia il suo successo. Questa illusione di sicurezza si frantuma in un istante con un licenziamento brutale, giustificato dall'azienda con una frase che risuona come una condanna inappellabile: "Non abbiamo altra scelta". Dopo oltre un anno di umilianti colloqui e lavori precari, e con lo spettro concreto di perdere la propria abitazione, Man-su giunge a una risoluzione terrificante nella sua logica: se il mercato del lavoro non ha posto per lui, dovrà crearselo da solo eliminando fisicamente la concorrenza.
Ciò che rende il film profondamente inquietante non è tanto la violenza, quanto la normalità con cui viene messa in scena. Il protagonista non si trasforma improvvisamente in un "cattivo" da cinema di genere, piuttosto, scivola lentamente verso l'abisso, compiendo scelte moralmente discutibili che però, nel contesto della sua disperazione, appaiono quasi inevitabili e razionali. Park Chan-wook utilizza la perdita del lavoro per esplorare un tema universale: quanto l'identità moderna sia legata alla professione e quanto velocemente un individuo possa perdere il diritto di sentirsi "normale" una volta privato del suo ruolo sociale. La morale non viene distrutta con fragore, ma semplicemente accantonata un po' alla volta, come un peso inutile che rallenta la corsa alla sopravvivenza.
Il cast offre prove di altissimo livello che arricchiscono questa satira feroce sul capitalismo. Son Ye-jin brilla nel ruolo della moglie Miri, un personaggio che rifiuta di essere una vittima passiva e che, di fronte alla crisi, dimostra una razionalità e una forza d'animo incrollabili. Attorno a loro ruotano figure che fungono da specchio deformante per le ossessioni di Man-su: da Sun-chul (Park Hee-soon), il manager di successo che incarna tutto ciò che il protagonista invidia, a Bummo (Lee Sung-min), un veterano del settore ormai apatico, fino a Sijo (Cha Seung-won), che cerca di mantenere una parvenza di dignità in un lavoro servile.
Dal punto di vista stilistico, la regia è controllata e priva di caos, quasi a voler riflettere la fredda determinazione di Man-su. Le inquadrature pulite e i colori lividi costruiscono un mondo spento e soffocante, supportato da una scenografia che mescola stili architettonici per riflettere la complessità interiore dei personaggi. A completare il quadro c'è la colonna sonora di Cho Young-wuk, registrata agli Abbey Road Studios, che alterna tensione e ironia grottesca, sottolineando perfettamente quel tono da black comedy che fa sorridere lo spettatore di un riso amaro e colpevole.
No Other Choice merita un solido applauso in qualità di vincitore morale del leone d’oro di Venezia 82. È un film che non offre consolazioni né facili redenzioni, ma che preferisce mettere il pubblico davanti a uno specchio scomodo. Park Chan-wook ci suggerisce che, sotto la giusta pressione, la linea che separa un cittadino modello da un mostro è molto più sottile di quanto ci piaccia ammettere, rendendo l'opera una visione tanto affascinante quanto disturbante.
THE VOICE OF HIND RAJAB


Data di Uscita (Italia): 25 settembre 2025
Anno: 2025
Nazione: Tunisia, Francia
Genere: Drammatico
Distribuzione: I Wonder Pictures
Durata: 89 min
Regia: Kaouther Ben Hania
Sceneggiatura: Kaouther Ben Hania
Fotografia: Juan Sarmiento G.
Musiche: Amine Bouhafa
Attori: Saja Kilani, Amer Hlehel, Clara Khoury, Motaz Malhees
IL CINEVERDETTO
Nell'ambito dell'82ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, un film ha trasceso la semplice categoria dell'intrattenimento o dell'arte visiva per diventare un documento storico vivente: The Voice of Hind Rajab. Diretto da Kaouther Ben Hania, regista già nota per la sua capacità di sfumare i confini tra documentario e finzione (come dimostrato nel precedente Four Daughters), l'opera ha ricevuto il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria non solo per i suoi meriti estetici, ma per la sua devastante necessità morale.
Il cuore pulsante del film è un evento di cronaca che ha segnato profondamente l'opinione pubblica mondiale, sebbene rischi di perdersi nel flusso incessante delle notizie. Il 29 gennaio 2024, la Mezzaluna Rossa Palestinese riceve una chiamata d'emergenza da Gaza City. Dall'altra parte del filo c'è Hind Rajab, una bambina di sei anni, intrappolata in un'auto sotto il fuoco dell'esercito israeliano. Attorno a lei, i corpi senza vita dei suoi zii e cugini. Hind è sola, ferita e terrorizzata. La regista Ben Hania racconta di aver sentito un bisogno quasi fisico di raccontare questa storia dopo aver ascoltato le registrazioni originali: un senso di impotenza e dolore che non era intellettuale, ma viscerale, "come se il mondo si fosse leggermente inclinato fuori dal suo asse". La voce di Hind non era più solo la richiesta di aiuto di una bambina, ma diventava la metafora di un'intera popolazione che chiama nel vuoto, incontrando l'indifferenza o il silenzio del mondo.
La grandezza di The Voice of Hind Rajab risiede nella sua rigorosa scelta formale. Ben Hania rifiuta la pornografia del dolore: non vediamo mai l'interno dell'auto, non vediamo il sangue o i corpi dilaniati. Lo spazio scenico è confinato agli uffici della Mezzaluna Rossa, dove i volontari Rana (interpretata da Saja Kilani) e Omar (Motaz Malhees) cercano disperatamente di gestire l'impossibile. La sceneggiatura è stata costruita intrecciando le vere registrazioni delle chiamate – oltre settanta minuti di materiale fornito dalla Mezzaluna Rossa – con le testimonianze dirette dei soccorritori ma c'è un dettaglio che rende le performance degli attori insostenibilmente autentiche: durante le riprese, essi non si limitavano a recitare delle battute. Indossavano degli auricolari attraverso i quali ascoltavano, in tempo reale, la vera voce di Hind proveniente dalle registrazioni originali. Le pause, i tremori, le lacrime che vediamo sui volti di Kilani e Malhees non sono frutto di tecnica attoriale, ma la reazione umana di chi sta "ri-abitando" un momento di morte reale. Come spiega la regista, gli attori, tutti palestinesi, non stavano solo interpretando un ruolo, ma portavano sulle spalle il peso di una tragedia che li toccava personalmente, storicamente e politicamente.
Un progetto così delicato cammina su un filo etico sottilissimo. La regista è stata categorica: senza il consenso della madre di Hind, Wessam, il film non si sarebbe fatto. Il contatto è avvenuto tramite la vera Rana, l'operatrice che quel giorno rimase al telefono con la bambina, creando un legame indissolubile con la famiglia. Wessam ha scelto di affidare alla regista i dettagli più intimi della figlia – la sua personalità, i suoi sogni, il modo in cui rideva – in un disperato tentativo di mantenerla in vita, di impedire che la sua memoria svanisse trasformandosi in un semplice numero in una lista di vittime. Il film non è un'appropriazione indebita di dolore, ma un'opera collettiva che porta con sé la fiducia di una madre e la dignità di chi ha perso tutto.
L'importanza del film è amplificata dal "muro di protezione" che l'industria cinematografica gli ha costruito attorno. I titoli di testa scorrono nomi che solitamente vediamo associati a blockbuster o grandi produzioni d'autore occidentali: Brad Pitt, Dede Gardner, Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonathan Glazer e Alfonso Cuarón figurano tutti come produttori esecutivi. Questa coalizione eterogenea e potente lancia un messaggio inequivocabile: il cinema non può più permettersi di essere neutrale. In un momento storico in cui parlare di Palestina è spesso divisivo o tabù, queste figure hanno usato il loro capitale simbolico per forzare lo sguardo del pubblico su una storia che non può essere ignorata.
The Voice of Hind Rajab è un film che fa male. È un'esperienza claustrofobica che costringe lo spettatore a condividere l'impotenza dei soccorritori, bloccati da una burocrazia militare letale mentre una vita si spegne all'altro capo del telefono. Kaouther Ben Hania ha creato un'opera che sfida le definizioni di genere – non è del tutto finzione, non è del tutto documentario – per raggiungere una verità più alta: quella emotiva. La regista ha dichiarato che il suo obiettivo era "resistere all'amnesia". E in questo, il film trionfa. Uscendo dalla sala, il silenzio che accompagna il pubblico non è vuoto, ma pesante. È il peso della consapevolezza che, mentre noi guardavamo un film, quella voce ha gridato davvero, e che il nostro ascolto, seppur tardivo, è l'ultimo atto di rispetto che possiamo offrire. Un capolavoro di umanità ferita che resterà nella storia del cinema come testimonianza indelebile del nostro tempo.
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FRANKESTEIN
Data di Uscita (Italia): 22 ottobre 2025
Anno: 2025
Nazione: USA
Genere: Horror
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 149 min
Regia: Guillermo del Toro
Sceneggiatura: Guillermo del Toro
Attori: Oscar Isaac, Jacob Elordi, Christoph Waltz, Mia Goth, Felix Kammerer, Charles Dance, David Bradley, Ralph Ineson, Nikolaj


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IL CINEVERDETTO
Quando Guillermo del Toro sbarca al Lido, l’accoglienza ha sempre i toni della venerazione. C’era dunque un’elettricità palpabile in Sala Grande per la prima mondiale di Frankenstein, non solo per il calibro produttivo messo in campo da Netflix e Lucky Red, ma perché questo film rappresenta la chiusura di un cerchio esistenziale per il regista messicano. Del Toro ha descritto questo progetto come il culmine di una ricerca iniziata a sette anni, quando lo sguardo di Boris Karloff divenne per lui una sorta di epifania mistica e l'horror gotico la sua "chiesa". Tuttavia, a luci riaccese, l’impressione è quella di aver assistito a una liturgia visivamente sbalorditiva ma emotivamente algida, un’opera lirica che, nel suo smisurato amore per i mostri, dimentica di farci tremare.
La prima, drastica rottura con la tradizione risiede nella caratterizzazione di Victor Frankenstein. Scordatevi il barone nevrotico di Colin Clive o l'eleganza classica di Peter Cushing. Il Victor di Oscar Isaac è concepito da Del Toro come una rockstar ante litteram, un "Mick Jagger a Soho nel 1970" trapiantato nel XIX secolo. Con i suoi pantaloni a quadri, gli stivali impermeabili e gli iconici guanti rossi – unico colore che il regista associa all'infanzia traumatica del protagonista – Isaac dipinge un narcisista patologico che tratta la creazione della vita come una performance artistica. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Del Toro, insiste sulla psicologia del tiranno che si crede vittima, un uomo che gioca a fare Dio perché deluso da un creatore che considera "incerto". Sebbene l'energia "punk rock" evocata da Isaac offra momenti di indubbio magnetismo, questa rilettura rischia di rendere il personaggio più un dandy incompreso che un tragico scienziato faustiano, distanziando lo spettatore dal cuore pulsante del dramma.
Il vero campo di battaglia critico del film è però la Creatura. Interpretato da Jacob Elordi, il "mostro" è il risultato di una scelta di design radicale operata dal maestro delle protesi Mike Hill: non un ammasso di carne putrescente, ma un essere "bello e ultraterreno", simile a una statua di marmo o a un busto frenologico. La logica narrativa è ferrea: Victor voleva creare l'uomo perfetto utilizzando parti di soldati giovani e sani, non un abominio. Elordi offre una prova fisica notevole, ispirata ai movimenti lenti della danza d'avanguardia giapponese Butoh, evolvendo da un "neonato" confuso avvolto nelle bende a un filosofo malinconico in pelliccia. Eppure, questa eccessiva estetizzazione disinnesca la minaccia. Del Toro ama talmente tanto le sue creature da volerle proteggere dallo sguardo giudicante del pubblico, trasformando l'orrore in pura pietà. La Creatura suscita compassione immediata, annullando quella tensione ambivalente di repulsione e attrazione che è il motore del romanzo di Shelley.
Dove Frankenstein non teme rivali è nella magnificenza della messa in scena. In aperta polemica con l'abuso di CGI contemporaneo, la produzione ha optato per un approccio tangibile e monumentale. La nave Horisont, bloccata nei ghiacci artici, è stata costruita realmente e montata su un gimbal meccanico per oscillare fisicamente, mentre il laboratorio è un capolavoro di scenografia ricavato in una torre idrica, pieno di rame ossidato e motivi circolari che richiamano l'uroboro, il serpente che si morde la coda. La fotografia di Dan Laustsen lavora su contrasti pittorici violenti, alternando il ciano gelido dell'Artico all'ambra calda degli interni, supportata dalla colonna sonora imponente di Alexandre Desplat, che utilizza organi da chiesa e un coro di 80 elementi per conferire al film una dimensione sacrale.
Presentato a Venezia come un evento imprescindibile, il Frankenstein di Del Toro si rivela un melodramma sontuoso, un compendio di tutto ciò che il regista sa fare meglio a livello visivo. Tuttavia, l'operazione soffre di un eccesso di controllo. Nel tentativo di realizzare il film definitivo sul mito, Del Toro ha confezionato un prodotto talmente levigato, talmente attento al codice cromatico e alla sinfonia degli elementi, da soffocare l'urgenza emotiva. È un film che si ammira per la sua architettura, per i costumi iridescenti di Mia Goth (che interpreta una Elizabeth eterea e appassionata di insetti) e per la solidità di comprimari come Christoph Waltz, ma che raramente graffia. Del Toro ha costruito una cattedrale gotica perfetta, ma ha dimenticato di popolarla con i fantasmi necessari a toglierci il sonno. Un capolavoro di superficie, destinato forse più agli occhi che alle viscere.
LA GRAZIA


Data di Uscita (Italia): 15 gennaio 2026
Anno: 2025
Nazione: Italia
Genere: Drammatico
Distribuzione: PiperFilm
Durata: 131 min
Regia: Paolo Sorrentino
Attori: Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Giuseppe Gaiani, Giovanna Guida
IL CINEVERDETTO
Dall'82ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia – Aprire la Biennale è un onore che spesso si trasforma in onere, ma Paolo Sorrentino, con La Grazia, ha scelto di farlo sottraendo anziché aggiungendo. Dimenticate le feste mondane de La grande bellezza o il barocco visivo di Loro: qui il regista napoletano entra nei corridoi silenziosi del Quirinale per consegnarci un'opera che fa della "grazia" non solo un istituto giuridico, ma una condizione esistenziale.
Il film ci presenta Mariano De Santis (un monumentale Toni Servillo), Presidente della Repubblica giunto agli sgoccioli del suo mandato. Vedovo, cattolico rigoroso e insigne giurista – autore di un manuale di diritto penale soprannominato "l'Himalaya K3" per la sua inaccessibilità – De Santis è un uomo che ha fatto della certezza la sua corazza. Eppure, proprio nel "semestre bianco", quando il potere dovrebbe sfumare nella routine, si trova assediato da dilemmi che non può delegare: firmare o meno una legge sull'eutanasia e decidere su due richieste di grazia per omicidi avvenuti in contesti di disperazione familiare.
Sorrentino dichiara apertamente l'ispirazione al Decalogo di Kieslowski, ponendo al centro il dubbio morale. Il film si interroga ossessivamente su una domanda: "Di chi sono i giorni?". È un quesito che De Santis rivolge a sé stesso e ai suoi figli: Dorotea (un'ottima Anna Ferzetti), giurista che gli fa da specchio e coscienza, e Riccardo, lontano fisicamente e idealmente. Ma La Grazia non è un trattato di giurisprudenza. Come suggerisce il titolo, il film cerca quella "leggerezza" che Calvino definirebbe una planata sulle cose dall'alto. La grazia qui non consola: è il coraggio di assumersi la responsabilità di deludere le aspettative, di sottrarsi al ruolo pubblico per ritrovare, forse, l'uomo.
Se in passato la maschera di Servillo serviva a deformare la realtà in grottesco, qui lavora per sottrazione. È un'interpretazione "trattenuta, quasi invisibile, che sembra più pensare che recitare". Il suo Presidente non è una caricatura di figure esistenti (il film precisa: "nessun riferimento a presidenti esistenti"), ma un padre nobile che impara a tornare figlio, mettendosi in ascolto di chi ha ancora il tempo davanti a sé.
Non tutto funziona alla perfezione. Chi cerca il Sorrentino più visionario potrebbe trovare La Grazia un film a tratti troppo teorico, dove il silenzio e le pause dilatate chiedono allo spettatore una pazienza non comune. La pellicola ha il merito di non cercare l'effetto facile. È un cinema che, come il suo protagonista, accetta di non avere tutte le risposte, lasciando che siano le domande a "camminarti accanto" fuori dalla sala. Un'opera matura, forse meno appariscente delle precedenti, ma capace di restare.
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BUGONIA
Data di Uscita (Italia): 23 ottobre 2025
Anno: 2025
Nazione: Gran Bretagna, USA, Corea del Sud, Irlanda
Genere: Commedia, Fantascienza, Drammatico
Casa di Produzione: Element Pictures, Fruit Tree, Square Peg, CJ ENM
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 120 min
Regia: Yorgos Lanthimos
Sceneggiatura: Will Tracy
Fotografia: Robbie Ryan
Musiche: Jerskin Fendrix
Attori: Emma Stone, Jesse Plemons, Aidan Delbis, Alicia Silverstone, Stavros Halkias, J. Carmen Galindez Barrera, Marc T. Lewis, Vanessa Eng, Cedric Dumornay


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IL CINEVERDETTO
Yorgos Lanthimos non ha mai cercato la strada facile, ma con Bugonia sembra voler testare la resistenza del suo pubblico rinchiudendolo in uno scantinato per due ore. Abbandonati i fasti barocchi e itineranti di Povere Creature!, il regista greco, in collaborazione con la sceneggiatura tagliente di Will Tracy, confeziona un thriller psicologico che è al contempo una commedia nerissima sulla nostra era di follia moderna e disconnessione sociale.
La premessa, tratta dal cult coreano Save the Green Planet, è di quelle che camminano sul filo del ridicolo: due cugini ossessionati dalle teorie del complotto, Teddy e Don, rapiscono Michelle, potente CEO di un'azienda farmaceutica, convinti che sia un'aliena venuta a distruggere la Terra. Il film si gioca tutto in questo spazio claustrofobico. Teddy (un Jesse Plemons con coda di cavallo e sguardo allucinato) è la mente paranoica, un uomo che cerca di dare senso al caos del mondo e al coma della madre attraverso il "Rabbit Hole" del dark web. Don (l'esordiente Aidan Delbis, vera rivelazione e bussola morale del film) è il braccio riluttante, un'anima sensibile trascinata nella follia per affetto familiare.
Al centro di questo triangolo c'è Emma Stone, alla sua quinta collaborazione con il regista. La sua Michelle è un enigma: incatenata e rasata a zero (una scelta reale dell'attrice, fatta per solidarietà artistica con Lanthimos), deve bilanciare l'aplomb di una dirigente abituata a completi McQueen e scarpe Louboutin con la disperazione di una prigioniera. La Stone lavora oscillando tra verità e menzogna in modo così sottile da far dubitare lo spettatore: è davvero un'aliena che complotta un armageddon basato sull'estinzione delle api, o solo una donna d'affari spietata?
Visivamente, Bugonia è un paradosso affascinante. Girato nel sontuoso formato VistaVision dal fedele Robbie Ryan, il film trasforma lo squallore di un seminterrato in ritratti "più grandi della vita", quasi delle nature morte statuarie. La scenografia di James Price ricostruisce un ranch americano anni '90 così dettagliatamente decrepito da sembrare sospeso nel tempo, un perfetto contenitore per la mente bloccata di Teddy. A completare il quadro di disagio c'è la colonna sonora di Jerskin Fendrix: un mix che lui stesso definisce "adolescenziale, trash e angosciato", perfetto per riflettere l'immaturità emotiva e la rabbia dei rapitori.
Bugonia è un film "selvaggio e vario", come lo definisce Plemons, che usa l'assurdo per parlare di dolori molto reali: la solitudine, lo sfruttamento capitalista e la sensazione di impotenza che spinge le persone verso le teorie più strampalate. Non ha la grandiosità epica dei precedenti lavori di Lanthimos e forse soffre di una certa staticità nella parte centrale, ma riesce nel difficile compito di farci ridere e inorridire nello stesso istante. Un ritratto onesto e strano di un mondo dove, per sentirsi ascoltati, a volte sembra necessario indossare un cappello di carta stagnola.
